Nei primi sei giorni dell’offensiva contro il regime islamico iraniano, molti osservatori continuano a prevedere il peggio. Eppure, finora, i risultati sul campo sono stati sorprendenti. Nessuno sa come finirà la guerra, ma i dati disponibili indicano che la campagna militare sta andando meglio del previsto. I bombardamenti di precisione hanno colpito leadership militare, siti missilistici e infrastrutture strategiche; la marina iraniana è vicina al collasso e i lanci di missili balistici sono diminuiti dell’86 per cento rispetto al primo giorno, mentre i droni d’attacco sono calati del 73 per cento. Il dominio aereo americano consente inoltre di usare armi più economiche e abbondanti, aprendo la strada a operazioni contro i pilastri del regime, come le Guardie della rivoluzione. A questi risultati militari si aggiunge un dato politico rilevante: l’isolamento internazionale dell’Iran. Paesi del Golfo, europei e partner occidentali stanno rafforzando cooperazione militare e difesa regionale, mentre anche attori come Cina e Pakistan mostrano cautela o distanza. Sul piano economico, poi, non si sono verificati gli shock previsti: l’S&P 500 è quasi stabile e il petrolio resta attorno agli 80 dollari al barile. Il vero interrogativo resta politico: se una guerra può portare alla fine del regime degli ayatollah, è davvero illegittimo sperare che possa riuscirci?
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