Narges Mohammadi ha ripreso a non mangiare. Oggi è già il terzo giorno di sciopero della fame nel carcere di Mashhad, dove la premio Nobel per la pace è rinchiusa in isolamento. "Siamo profondamente preoccupati per la sua vita", ha dichiarato da Parigi il figlio Ali Rahmani, che insieme alla sorella gemella Kiana guida la fondazione intitolata alla madre. E non c'è retorica: Mohammadi soffre di gravi problemi cardiaci e complicazioni polmonari, necessita di cure mediche specialistiche dopo un intervento di innesto osseo dello scorso anno. Cure che, secondo la famiglia, le vengono negate. La detenzione di Narges Mohammadi si protrae con arresti e rilasci alternati da decenni, con una lunga fase iniziata nel novembre 2021, mentre i suoi primi fermi risalgono agli anni Novanta per l’opposizione al regime degli ayatollah e l’attivismo contro la pena di morte e per i diritti delle donne. L'ultimo arresto risale al 12 dicembre scorso, durante i funerali di Khosrow Alikordi, avvocato e attivista per i diritti umani trovato morto nel suo ufficio in circostanze mai chiarite. Prima, cioè, dell'inizio dell'ondata di proteste antigovernative che hanno scosso l'Iran: uno di quei momenti in cui il dissenso iraniano si ritrova e si conta. Mohammadi c'era, ovviamente. Pochi giorni prima le autorità l'avevano lasciata uscire temporaneamente dal famigerato carcere di Evin, dove ha trascorso la maggior parte degli ultimi vent'anni, per sottoporsi a cure mediche. Secondo la famiglia, dopo l'ultimo arresto Mohammadi ha potuto fare una sola telefonata. Ha raccontato di essere stata picchiata così violentemente da finire due volte al pronto soccorso. Da allora, silenzio. Niente chiamate, niente visite, niente contatti con gli avvocati. È esattamente ciò che lo sciopero della fame denuncia: condizioni di detenzione disumane, violazione del diritto alla difesa legale, isolamento totale. Il procuratore generale di Mashhad ha risposto con la solita formula: "La detenzione è legale, i diritti dei cittadini sono rispettati, le indagini in corso". La fondazione Mohammadi segnala pressioni delle agenzie di sicurezza su familiari e collaboratori perché non diffondano informazioni sulle sue condizioni. Le autorità rifiutano di trasferirla a Teheran, dove risiedono i suoi legali. Il marito Taghi Rahmani lo dice chiaramente: vogliono mantenere "uno stretto controllo su di lei". E sanno che, se rilasciata, riprenderà immediatamente l'attivismo. "Narges non sarà mai messa a tacere, ed è la sua voce ciò che temono di più". Non è difficile capire perché. Mohammadi ha vinto il Nobel per la pace nel 2023 – in absentia, naturalmente – per la sua lotta contro la repressione governativa e per i diritti delle donne. Nel 2022 aveva sostenuto con forza le proteste scatenate dalla morte in custodia di Mahsa Amini, la ragazza uccisa dalla polizia morale per aver indossato male il velo. A ritirare il premio a Oslo furono i figli Kiana e Ali, allora appena diciassettenni, che lessero le parole fatte uscire di nascosto dalla prigione di Evin: "Il popolo iraniano, con perseveranza, supererà la repressione e l'autoritarismo. Non abbiate dubbi, questo è certo". Intanto prosegue la repressione feroce del regime: secondo Human Rights Activists News Agency, il regime ha ucciso almeno 6.883 persone tra coloro che erano scesi in strada per protestare, da fine dicembre. A questi numeri, probabilmente destinati ad aumentare (si arriva a parlare anche di decine di migliaia di morti), vanno aggiunti i circa 40.000 arresti, molti senza rappresentanza legale né processo. Ci sono ancora retate nelle strade e nelle case. Mentre Teheran riempie le celle e gli obitori, si prepara a negoziare. In queste ore Stati Uniti e Iran si incontrano in Oman per colloqui diretti che potrebbero evitare una guerra aperta. Trump ha ammassato truppe nella regione – quella che chiama una “big beautiful armada”– e minaccia di bombardare se non si raggiunge un accordo. Per gli ayatollah assediati, che secondo molti analisti sono nella posizione più debole dalla rivoluzione del 1979, i negoziati potrebbero essere l'ultima chance prima che l'azione militare americana finisca per destabilizzarli definitivamente. Ma al tavolo per ora sembrano essserci solo il programma nucleare e i missili balistici, non i morti nelle piazze o il destino dei tantissimi prigionieri politici ancora in cella.
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