In sintesi: La guerra nel Golfo persico entra nel suo 17° giorno con combattimenti che restano intensi e con effetti sempre più evidenti sull’economia globale. Sono passate tre settimane dall'inizio del conflitto e il quadro si aggrava su tutti i fronti. I bombardamenti americani e israeliani sull'Iran proseguono senza sosta, con nuove ondate di attacchi che nella notte hanno colpito Teheran, Isfahan e Hamadan. Israele avvia operazioni di terra nel Libano del sud contro Hezbollah. L'Iran risponde con missili e droni contro Israele e le basi militari americane nella regione. Il conflitto si riflette sui mercati energetici: il petrolio sopra i 100 dollari al barile; Crescono gli appelli internazionali a un cessate il fuoco mentre a Washington il presidente Donald Trump affronta pressioni interne sulla gestione del conflitto. Il ministro degli Esteri iraniano dice che lo stretto di Hormuz è chiuso solo ai nemici dell'Iran. India, Pakistan e Turchia hanno fatto transitare proprie imbarcazioni, così come la Cina l'ha fatto la scorsa settimana. Trump ha minacciato di rinviare il vertice con Xi Jinping se il leader cinese non interverrà sullo stretto di Hormuz. E ha minacciato anche conseguenze per la Nato se gli alleati non inviano navi nello stretto. Per ora Germania, Gran Bretagna, Francia, Italia, Giappone, Australia e altri paesi hanno respinto o ignorato le richieste americane. Un drone colpisce un deposito di carburante vicino all'aeroporto di Dubai, causando un incendio e la sospensione temporanea dei voli. La conferenza stampa di Trump Nel corso di una conferenza stampa alla Casa Bianca, Trump ha dichiarato che il regime iraniano è stato "letteralmente annientato", usando toni trionfalistici già sentiti in passato. Ha però ammesso di non sapere con certezza chi siano oggi i suoi interlocutori a Teheran, benché gli Stati Uniti siano aperti a trattative. "Abbiamo persone che vogliono negoziare. Ma non abbiamo idea di chi siano i loro leader. Tutti i loro capi sono morti, per quanto ne sappiamo", ha detto. Sul caso Khamenei, Trump ha confermato le voci che circolano da giorni: la nuova guida suprema sarebbe "gravemente sfigurata" e, ha aggiunto, "nessuno lo ha visto, il che è insolito". Sul fronte Hormuz, Trump ha ribadito che gli Stati Uniti hanno distrutto tutte e 30 le navi iraniane adibite alla posa di mine, ma ha riconosciuto che riaprire lo stretto non è una questione puramente militare. Alla domanda sul perché, in questo caso, la riapertura non fosse immediata, ha risposto: "Potremmo farlo, ma per ballare bisogna essere in due." Ha spiegato che occorre convincere altri paesi a far transitare le proprie navi. Ha poi annunciato che il segretario di stato Marco Rubio fornirà a breve un elenco dei paesi che hanno dato la disponibilità a partecipare a un'operazione per sbloccare la situazione dello stretto, definendo alcuni di loro "davvero entusiasti". Ha citato Macron tra i possibili collaboratori: ha detto di averlo sentito domenica e di ritenere che "probabilmente aiuterà", senza fornire dettagli. Trump ha però evitato accuratamente di menzionare il fatto di non aver consultato gli alleati prima di avviare gli attacchi sull'Iran. Ha attaccato ancora la Nato, sostenendo che gli Stati Uniti sono la ragione per cui l'alleanza è potente, e ha deriso i leader che gli avrebbero risposto "preferiremmo non essere coinvolti". Nel mirino di Trump è finito anche il premier britannico Keir Starmer. Il presidente ha raccontato di averlo sentito domenica e di essersi sentito rispondere che stava "incontrando il suo team per prendere una decisione" sull'eventuale invio di aiuti per riaprire lo stretto. Trump ha detto di aver replicato secco: "Perché devi incontrare il tuo team?". Sulla Cina, ha detto di essere sempre rimasto stupito dal fatto che Washington proteggesse lo stretto senza mai chiedere un rimborso: "Era lì per servire altri paesi, non noi." Ha infine escluso categoricamente un attacco nucleare israeliano sull'Iran: "Israele non lo farebbe mai." I dubbi su dove si trovi Khamenei e il suo secondo comunicato Il Cremlino non ha voluto commentare le indiscrezioni secondo cui la nuova guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, si troverebbe a Mosca per ricevere cure mediche. Il portavoce presidenziale Dmitry Peskov si è limitato a non smentire né confermare la notizia nel suo briefing quotidiano, secondo quanto riportato dall'agenzia Tass. Secondo un articolo del quotidiano kuwaitiano Al Jarida, che cita una fonte anonima, Khamenei sarebbe stato ferito il 28 febbraio – il primo giorno degli attacchi americani e israeliani sull'Iran – e sarebbe stato poi trasportato segretamente a Mosca a bordo di un aereo militare russo. Secondo la stessa fonte, il presidente russo Vladimir Putin avrebbe proposto personalmente di ospitarlo in Russia durante una telefonata con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Il Cremlino ha confermato che i due leader si sono parlati il 10 marzo. Khamenei, sempre secondo Al Jarida, si troverebbe ora in una struttura medica sicura nei pressi di una delle residenze presidenziali di Putin, dove sarebbe stato operato. A rafforzare l'ipotesi di un ferimento ci sono diverse fonti. L'ambasciatore iraniano a Cipro, Alireza Salarian, ha dichiarato al Guardian che Khamenei avrebbe riportato ferite alle gambe, a una mano e a un braccio nello stesso attacco in cui è morto suo padre. Una fonte citata dalla Cnn parla di una frattura al piede, un livido vicino all'occhio sinistro e lievi lacerazioni al volto. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei, in un'intervista al Corriere della Sera del 12 marzo, non ha smentito il ferimento: "È ferito, ma sta bene. Non so quando terrà il suo primo discorso." Teheran non ha però mai ufficialmente confermato né smentito la sua presenza a Mosca. Fin dall'inizio del conflitto, Khamenei non è mai apparso in pubblico. Il suo primo comunicato ufficiale come guida suprema è stato diffuso esclusivamente in forma scritta, letto da un giornalista televisivo senza alcun audio né video del diretto interessato. Anche Washington ha alimentato i dubbi: il presidente Trump ha dichiarato di ritenere il leader iraniano "danneggiato", aggiungendo di credere che sia "probabilmente vivo in qualche modo". Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha detto ai giornalisti che i servizi di intelligence americani ritengono Khamenei "ferito e probabilmente sfigurato". Intanto, dalla sua posizione sconosciuta, Mojtaba Khamenei ha diffuso un secondo comunicato scritto, nel quale ha annunciato che manterrà in carica tutti i funzionari nominati dal padre. Lo stretto di Hormuz e le tensioni di Trump con gli alleati della Nato Il nodo diplomatico più urgente resta quello dello stretto di Hormuz. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che lo stretto "è aperto, ma chiuso ai nemici, a coloro che hanno compiuto questa vile aggressione contro di noi e ai loro alleati." Trump ha alzato ulteriormente la voce. In un'intervista al Financial Times pubblicata ieri, il presidente americano ha detto che sarebbe stato "molto brutto per il futuro della Nato" se gli alleati non avessero contribuito a proteggere la rotta commerciale. Oggi, a bordo dell'Air Force One, ha aggiunto di aver parlato con "circa sette" paesi sul "pattugliamento" dello stretto, e di aver già ricevuto "alcune risposte positive", senza però fare nomi. Ha anche lasciato intendere che il vertice con il presidente cinese Xi Jinping, in programma a fine marzo, potrebbe essere rinviato se Pechino non darà segnali concreti di disponibilità. La risposta degli alleati è stata però tutt'altro che entusiasta. Il premier britannico Keir Starmer ha ribadito che il Regno Unito "non verrà trascinato nella guerra più ampia" con l'Iran, e che il dossier Hormuz "non è mai stato concepito come una missione Nato." Starmer ha annunciato un pacchetto da 53 milioni di sterline a sostegno delle famiglie vulnerabili che dipendono dal gasolio per il riscaldamento, e ha esteso il blocco dell'accisa sui carburanti fino a settembre. Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha respinto le richieste di Washington con parole nette: "Questa non è la nostra guerra, non l'abbiamo iniziata noi". Il portavoce del cancelliere Friedrich Merz, Stefan Kornelius, ha aggiunto che il conflitto "non ha nulla a che fare con la Nato." A Bruxelles, i ministri degli Esteri dell'Unione europea hanno sottolineato di non voler alimentare l'escalation, mostrandosi cauti persino riguardo all'idea di riorientare verso lo stretto la missione navale già attiva nel Mar Rosso. Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha dichiarato di sostenere il rafforzamento delle missioni navali dell'Ue nel Mar Rosso, escludendo però operazioni militari italiane nello stretto di Hormuz. La Polonia ha escluso l'invio di proprie forze. Il Giappone, per voce del primo ministro Sanae Takaichi, ha detto di non avere "piani attuali" per inviare navi da guerra. L'Australia ha fatto sapere di non essere stata contattata dagli Stati Uniti e di non avere intenzione di contribuire militarmente. Kaja Kallas, l'Alta rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri, ha risposto all'avvertimento di Donald Trump. "È nel nostro interesse mantenere aperto lo Stretto di Hormuz, ed è per questo che stiamo discutendo anche di cosa possiamo fare a questo proposito", ha dichiarato ai giornalisti prima di una riunione dei ministri degli Esteri a Bruxelles. Le misure che l'Europa può adottare per garantire la sicurezza di questa importante rotta marittima sono in cima all'agenda odierna. Il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ha detto che "non mi sembra che la Nato abbia preso una decisione né che possa assumersi la responsabilità per lo Stretto di Hormuz. Se così fosse, gli organi della Nato se ne occuperebbero". Intanto il commissario europeo per l'energia, Dan Jorgensen, ha dichiarato che i funzionari europei stanno monitorando con apprensione i mercati dei carburanti. "Siamo ben consapevoli che non dobbiamo solo monitorare la situazione", ha detto ai giornalisti prima della riunione dei ministri europei dell'energia a Bruxelles. "Dobbiamo anche prepararci, perché la situazione potrebbe ulteriormente aggravarsi, e dobbiamo essere pronti ad adottare misure a breve termine per cercare di aiutare gli stati membri". A proposito dell'idea di Washington di formare una coalizione per garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, Trump ha dichiarato: "Numerosi paesi mi hanno detto che sono in arrivo. Alcuni sono molto entusiasti, altri meno". E proprio contro quest'ultimi il presidente ha ricordato cosa ha fatto l'America per loro: "Alcuni sono paesi che abbiamo aiutato per moltissimi anni. Li abbiamo protetti da terribili minacce esterne, eppure non si sono mostrati così entusiasti. E il livello di entusiasmo è importante per me. Dopo 40 anni che vi proteggiamo, non volete essere coinvolti in qualcosa di così insignificante, in cui verranno sparati pochissimi colpi perché (gli iraniani, ndr) non ne hanno più a disposizione? Ma loro hanno risposto: 'Preferiamo non essere coinvolti'". La Cina, da parte sua, si è limitata a sottolineare l'importanza di mantenere aperto lo stretto per il commercio internazionale, invitando tutte le parti a cessare le ostilità. Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent, che nel fine settimana ha incontrato a Parigi il vicepremier cinese He Lifeng, ha escluso che un eventuale rinvio del vertice Trump-Xi possa essere interpretato come un segnale di tensione tra Washington e Pechino sulla questione Iran. Chi passa e chi no dallo stretto di Hormuz Nonostante il blocco, alcune navi hanno ottenuto il via libera da Teheran. India, Pakistan e Turchia hanno fatto transitare proprie imbarcazioni. Una petroliera di tipo Aframax, la Karachi, trasportante greggio di Abu Dhabi, è diventata la prima nave non iraniana a transitare il punto critico trasmettendo il segnale Ais, il che suggerisce che alcune spedizioni selezionate stiano ricevendo il permesso di passaggio. La Cina è in trattativa con Teheran per garantire il transito sicuro di proprie petroliere e di navi cariche di gas naturale liquefatto dal Qatar. Tra India e Iran si apre un fronte diplomatico inedito. Secondo quanto riferito da tre fonti a conoscenza della questione, sentite dal NY Times, Teheran avrebbe chiesto a Nuova Delhi il rilascio di tre petroliere sequestrate a febbraio come condizione per garantire il passaggio sicuro delle navi battenti bandiera indiana o dirette in India attraverso lo stretto di Hormuz. Le autorità indiane avevano sequestrato le tre navi – Asphalt Star, Al Jafzia e Stellar Ruby – vicino alle acque territoriali indiane, accusandole di aver occultato o alterato la propria identità e di essere coinvolte in trasferimenti illegali di carichi in mare. L'ambasciatore iraniano a Nuova Delhi ha incontrato lunedì funzionari del ministero degli Esteri indiano per discutere la questione. L'Iran avrebbe anche chiesto forniture di medicinali e attrezzature mediche, secondo una delle fonti, un funzionario iraniano. Il portavoce del ministero degli Esteri indiano Randhir Jaiswal, interpellato sull'argomento, ha dichiarato che i recenti movimenti di navi riflettono una "storia di rapporti, di gestione delle relazioni reciproche", e ha escluso che sia in corso uno scambio formale. L'India ha confermato che almeno 22 navi battenti bandiera indiana e 611 marittimi indiani si trovano ancora nel Golfo, con sei navi cariche di gpl – il combustibile da cucina di cui il paese importa circa il 90% proprio dall'area del Golfo – in attesa di poter lasciare la zona. Trump ha detto anche che gli Stati Uniti hanno colpito e distrutto tutte e 30 le navi iraniane adibite alla posa di mine nel Golfo Persico. Il presidente ha però avvertito che l'Iran potrebbe comunque ricorrere ad altre imbarcazioni per minare le acque dello stretto, aggiungendo di non avere certezza che Teheran abbia già effettivamente posato ordigni. Nel frattempo, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti stanno aumentando le forniture attraverso oleodotti alternativi, ma la capacità disponibile è largamente insufficiente a compensare il volume di traffico normalmente diretto attraverso lo stretto. L'Onu chiede una de-escalation Gli esperti delle Nazioni Unite per i diritti umani hanno chiesto un'immediata de-escalation della guerra con l'Iran, citando i danni arrecati ai civili dai raid aerei statunitensi e israeliani e la feroce repressione delle proteste antigovernative da parte delle autorità iraniane. Mai Sato, esperta dell'Onu che monitora la situazione in Iran, ha dichiarato al Consiglio per i diritti umani di Ginevra che gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele sono illegali e avrebbero causato la morte di oltre 1.000 civili. Gli esperti hanno affermato che, secondo fonti attendibili, più di 7.000 iraniani sarebbero morti nella repressione governativa all'inizio di quest'anno e che almeno 30 manifestanti rischiano ancora l'esecuzione. Trump minaccia di rinviare il vertice con Xi Donald Trump ha minacciato di rinviare il vertice con il presidente della Repubblica popolare cinese, Xi Jinping, programmato da tempo. Al Financial Times il presidente americano ha detto che "potrebbe rinviare" l'incontro, previsto per il 31 marzo a Pechino, se la Cina non invierà navi da guerra per contribuire alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Al momento la Cina ha reagito con estrema cautela alle richieste di assistenza navale avanzate da Trump per contrastare i tentativi dell'Iran di bloccare lo stretto, che rappresenta una via di transito per circa un quinto del petrolio mondiale. La Cina, il maggiore acquirente di petrolio iraniano, non ha ancora risposto direttamente alle dichiarazioni del presidente americano. Un portavoce del ministero degli Esteri cinese ha dichiarato che i funzionari di entrambi i paesi stavano discutendo i piani per il vertice e ha sottolineato che i colloqui diretti tra i leader erano essenziali. "La diplomazia dei capi di stato svolge un ruolo strategico e insostituibile nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti", ha dichiarato Lin Jian. A Parigi, il segretario del Tesoro Scott Bessent ha tenuto il secondo giorno di colloqui con He Lifeng, il suo omologo cinese, per finalizzare i preparativi per l'incontro. Era previsto che i due parlassero con i giornalisti lunedì pomeriggio, ora locale. Truppe di terra israeliane in Libano La guerra continua inoltre a estendersi oltre il territorio iraniano. In Libano gli scontri tra Israele e Hezbollah – movimento sostenuto da Teheran – si sono intensificati, con centinaia di vittime e nuovi sfollati. Le Forze di Difesa Israeliane (Idf) hanno dichiarato di aver avviato "operazioni di terra limitate e mirate contro le principali roccaforti di Hezbollah". L'Idf ha aggiunto che, prima dell'ingresso delle truppe nel Libano meridionale, sono stati condotti attacchi "contro numerosi obiettivi terroristici" nella zona e che l'operazione mirava a "rafforzare l'area di difesa avanzata" e a "smantellare le infrastrutture terroristiche" nella regione. Droni sull'aeroporto di Dubai Un attacco di droni iraniani ha incendiato un serbatoio di carburante all'aeroporto internazionale di Dubai nelle prime ore di lunedì, hanno riferito le autorità. L'attacco ha provocato un vasto incendio e costretto le autorità portuali a sospendere diversi voli in quello che normalmente è uno degli scali più trafficati al mondo (l'aeroporto ha servito oltre 95 milioni di passeggeri nel 2025). Il primo allarme è stato dato verso le 4 del mattino ora locale, l'incendio è stato domato all'alba. Secondo le autorità, non si sono registrati feriti e i danni sono contenuti. Già nei giorni scorsi l'Iran aveva avvertito che le infrastrutture e le banche di Dubai sono a loro avviso "obiettivi legittimi" da colpire. Nel fine settimana il regime iraniano ha inoltre invitato i civili a tenersi lontani dai principali porti. Lo stretto di Hormuz e la crisi energetica globale Il nodo centrale del conflitto resta il controllo dello stretto di Hormuz, passaggio strategico attraverso cui normalmente transita circa un quinto del petrolio mondiale. Dall’inizio della guerra, l’Iran ha minacciato e colpito navi commerciali e militari nella zona, riducendo quasi completamente il traffico marittimo. Secondo un report di Reuters, la chiusura di fatto della rotta energetica ha bloccato circa 15 milioni di barili al giorno di esportazioni petrolifere del medio oriente. Il prezzo del Brent ha superato i 100 dollari al barile, mentre gli Stati Uniti e i loro alleati stanno tentando di compensare la carenza con il rilascio di riserve strategiche e con l’aumento delle forniture da Arabia Saudita ed Emirati. Le misure, tuttavia, stanno mostrando efficacia limitata e diversi paesi asiatici – fortemente dipendenti dal petrolio del golfo – stanno già adottando politiche di razionamento energetico. Pressioni politiche su Washington Negli Stati Uniti, la guerra entra anche nel dibattito politico interno. Secondo analisi del Washington Post, il presidente Donald Trump si trova di fronte a un dilemma dopo le prime due settimane di conflitto: continuare la campagna militare per indebolire definitivamente il regime iraniano oppure cercare una via diplomatica prima che i costi economici e politici diventino troppo elevati. Lo stesso Trump, in diverse dichiarazioni pubbliche, ha sostenuto che le operazioni militari stanno ottenendo risultati significativi, ma allo stesso tempo ha chiesto agli alleati di contribuire alla sicurezza dello stretto di Hormuz con missioni navali di scorta alle petroliere. Gli appelli alla tregua Sul piano internazionale, si moltiplicano gli appelli per una cessazione delle ostilità. Papa Leone XVI ha definito la violenza "atroce" e ha invitato tutte le parti a fermare il conflitto e a riaprire canali diplomatici. Per ora, tuttavia, non emergono segnali concreti di de-escalation. Mentre gli attacchi continuano e la crisi energetica si aggrava, il conflitto nel golfo si conferma una delle più gravi crisi geopolitiche degli ultimi decenni, con conseguenze che vanno ben oltre il Medio Oriente.
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