L’Iran “è un cancro negli affari globali”, ci dice Bret Stephens. Tre scenari e le spaccature europee

10/03/2026 05:04 Il Foglio

Washington. “Donald Trump e Benjamin Netanyahu stanno facendo un favore al mondo libero. L’Iran è un cancro negli affari globali”, dice al Foglio Bret Stephens, editorialista del New York Times, saggista e premio Pulitzer: “Se il presidente americano non avesse preso la decisione che ha preso, avremmo avuto tutti, prima o poi, non solo Israele o gli stati del Golfo, ma anche i paesi europei e gli stessi Stati Uniti, ogni ragione di temere l’Iran, uno stato teocratico, sponsor del terrorismo e determinato ad acquisire armi di distruzione di massa”. Stephens dice che “quello che Trump ha fatto, nonostante una considerevole opposizione politica, non solo da parte di liberal e democratici ma anche di alcune frange del Partito pepubblicano, dice qualcosa di positivo su di lui: ha avuto la volontà di agire nonostante il potenziale costo politico”.    Il governo teocratico iraniano è una fonte di instabilità regionale da quarantasette anni. Dalla Rivoluzione islamica del 1979, Teheran ha finanziato milizie nella regione mediorientale, ha cercato di ottenere l’arma nucleare e ha represso con la violenza il suo stesso popolo. A gennaio, le forze di sicurezza iraniane hanno massacrato decine di migliaia di manifestanti nelle proteste più grandi dalla rivoluzione. I sostenitori dell’operazione militare contro il regime islamico sostengono che il programma nucleare iraniano e il suo arsenale missilistico rappresentavano un pericolo sempre più grande e hanno anche richiamato l’attenzione sulla repressione interna. I critici affermano che la logica di questa guerra rischia di ripetere gli errori delle precedenti campagne americane in medio oriente e di precipitare il paese – e tutta la regione – in una crisi ancora più profonda. “Negli Stati Uniti, si sostiene che il regime iraniano non costituisse una minaccia imminente”, dice Stephens, “ma per me è un po’ come dire che avere un cancro al secondo stadio non è una minaccia imminente. Non si aspetta che il cancro raggiunga il quarto stadio prima di curarlo”.     In America però questa guerra che dura dal 28 febbraio ha incontrato una significativa resistenza politica. Il ricordo della guerra in Iraq e di quella in Afghanistan continua a condizionare l’opinione pubblica rispetto agli interventi militari. Un sondaggio Reuters/Ipsos condotto dopo i primi raid americani e israeliani ha rilevato che soltanto il 27 per cento degli americani approva gli attacchi, mentre il 43 per cento è contrario e circa il 29 per cento rimane incerto. I democratici al Congresso hanno criticato la campagna militare dicendo che il presidente ha avviato l’operazione senza una autorizzazione formale al Congresso né un obiettivo finale chiaramente definito. I repubblicani sono più favorevoli, sebbene la divisione nell’opinione pubblica rimanga netta. Lo stesso sondaggio Reuters/Ipsos mostra che circa il 55 per cento degli elettori repubblicani approva i raid, contro appena il 7 per cento dei democratici. I parlamentari repubblicani al Congresso hanno per lo più sostenuto l’operazione e contribuito a bocciare una risoluzione della Camera che avrebbe obbligato l’Amministrazione a richiedere un’autorizzazione. Al tempo stesso, alcuni esponenti dell’ala più cauta della politica estera del partito hanno rilasciato pochi commenti pubblici – tra cui il vicepresidente J. D. Vance – riflettendo una tensione irrisolta all’interno della coalizione repubblicana tra i falchi della sicurezza nazionale e una nuova corrente scettica nei confronti dell’interventismo militare all’estero. “Questa guerra viene combattuta per mettere fine alla guerra perpetua che l’Iran ha dichiarato nel 1979 – dice Stephens – Non è davvero l’inizio di una guerra. Va correttamente intesa come la sua conclusione. L’obiettivo minimo è assicurarsi che l’Iran non rappresenti, attraverso le sue ambizioni nucleari e le sue capacità missilistiche, una minaccia potenzialmente fatale per gli interessi occidentali e, più in generale, globali. E quell’obiettivo sembra ampiamente raggiungibile”.     A piazza Enghelab, nel cuore di Teheran, i resti del regime iraniano hanno messo in scena una processione di lutto: fedeli vestiti di nero in lacrime per l’ayatollah Ali Khamenei, una figura onnipresente da trentasette anni. Eppure, in tutta la capitale, i cittadini sono esplosi in festeggiamenti, hanno ballato per le strade e lanciato fuochi d’artificio. Tra la diaspora, da Los Angeles a Roma, le celebrazioni sono state trionfali. “Perché ci sono stati applausi e festeggiamenti a Shiraz, a Isfahan, a Teheran quando è arrivata la notizia della morte di Khamenei?”, chiede Stephens: “Non è forse la loro opinione quella che conta di più? Sono persone che rischiano la vita scendendo in strada a esultare”. Lo spettro dell’Iraq incombe inevitabilmente sul dibattito. Stephens traccia distinzioni nette: non ci sono truppe di terra americane in Iran, e l’Amministrazione descrive la campagna come limitata a raid aerei mirati ai siti nucleari, alla produzione missilistica e all’apparato della repressione interna. “Non stiamo mandando lì centomila soldati, non è un esercizio di nation building”, dice Stephens. Di fronte alle domande persistenti sull’obiettivo finale della campagna, Stephens delinea tre scenari possibili: un cambio di regime attraverso una rivolta popolare, una “modifica del regime” da parte di un elemento interno disposto al disarmo, oppure un regime indebolito destinato a cadere nel tempo. “Tutti e tre sono migliori dello status quo precedente al 28 febbraio”, dice Stephens: “Idealmente, vorrei la libertà per il popolo iraniano, ma questo dipende in larga misura da loro”.   La guerra ha anche spaccato l’Europa perché, dice Stephens, il Vecchio continente non coglie la portata della minaccia rappresentata da Teheran. “Tra l’altro, le stesse persone che ora gridano al diritto internazionale si sono fatte sentire ben poco quando l’Iran ha massacrato almeno settemila e fino a trentamila suoi cittadini nell’arco di due giorni. Molte di queste invocazioni del diritto internazionale servono semplicemente a registrare un’opposizione politica agli Stati Uniti o a Israele più che a esprimere un principio giuridico reale, e tanto meno morale”. Se fossi in Europa, continua Stephens, “un continente che ha visto l’Iran compiere assassinii sistematici in più paesi, che prende regolarmente in ostaggio cittadini europei per scopi politici, e che sostiene gruppi terroristici che trafficano droga in Europa come Hezbollah, penserei che Trump e Israele stiano facendo un lavoro che agli europei manca il coraggio, e francamente i mezzi, per fare”. Pur essendoci stati in passato molti disaccordi tra Stati Uniti ed Europa, la disputa più ampia intorno alla campagna in Iran riflette, secondo Stephens, una domanda più profonda sulla volontà politica dell’occidente. “Sono abbastanza vecchio da ricordare, per esempio, il 2003, quando si diceva che la guerra in Iraq rappresentasse una rottura fondamentale del rapporto transatlantico. Se si va indietro di altri trent’anni, si trova Richard Nixon e lo sganciamento dal gold standard, un’altra rottura. Il 1956 e la crisi di Suez: un’altra rottura ancora. Queste cose sono già successe. E’ importante avere una prospettiva storica e non farsi prendere dall’emotività. Gli europei, per ragioni del tutto comprensibili, sono disgustati dai modi di Trump, e molti americani sono disgustati dal comportamento dell’Europa: che il continente europeo, nonostante anni e anni di sollecitazioni da parte di molteplici Amministrazioni, abbia deciso negli ultimi trent’anni di non avere bisogno di difendersi da sé, e di poter lasciare questo compito agli americani, lamentandosi di loro in continuazione. E Trump è stato il presidente che si è presentato dicendo: questo è inaccettabile”, dice Stephens. “Ho letto rapporti su quanti italiani, per esempio, sarebbero disposti a prendere le armi per l’Italia in caso di invasione. Come si può chiedere all’America di difendere paesi che non sono interessati nemmeno alla propria difesa?”, chiede.   Il premier spagnolo Pedro Sánchez è il più critico nei confronti dell’azione militare: ha respinto i raid senza riserve e ha negato l’accesso alle basi, spingendo Trump a minacciare un embargo commerciale totale. Stephens riserva critiche severe all’opposizione e alle esitazioni europee, paragonando l’Europa a “un ragazzo di venticinque anni che vive ancora a casa con i genitori”. E aggiunge: “Beninteso, sono molto critico nei confronti di Trump – lo sanno tutti. Ma sarebbe meglio se gli europei, invece di strapparsi le vesti dicendo che Trump è terribile, si chiedessero: cosa facciamo concretamente per contribuire alla difesa dell’occidente, dei valori occidentali, della civiltà occidentale? Gli italiani sono disposti a difendere i propri valori, la propria nazione e il proprio onore? Perché se non lo sono, nessuno li salverà. Guardino a paesi come l’Ucraina, come Israele, e ancora come gli Stati Uniti, che hanno l’idea che per alcune cose valga davvero la pena combattere. E che certe barbarie possono essere tollerate solo fino a un certo punto”.  

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