Quando si parla dello stallo nei negoziati tra Ucraina e Russia, si sente spesso dire che entrambe le parti sono diventate “stanche della guerra” e per questo che sono interessate a porvi fine. Questa equiparazione è sbagliata: se si considera che gran parte della popolazione ucraina è colpita quotidianamente da una guerra che non è stata iniziata dal proprio paese, l’ipotesi di una “stanchezza bellica” non appare del tutto infondata. Per quanto riguarda invece la popolazione russa, è possibile trarre conclusioni molto meno nette. Come può un paese essere “stanco della guerra” quando non ammette nemmeno di condurne una e di esserne responsabile? Questa situazione è radicata e si ripete da decenni in Russia Quattro anni fa, subito dopo l’inizio dell’invasione su larga scala della Russia all’Ucraina, poco più del 50 per cento dei partecipanti a un sondaggio nazionale russo dichiarava di essere “fiero” dell’“operazione militare speciale della Russia in Ucraina” (la guerra, si sa, non può essere chiamata con il suo nome). Questa “operazione speciale” era associata dalla maggior parte dei russi a obiettivi nobili o addirittura umanitari – come le nozioni mutuate dalla propaganda ufficiale del Cremlino sulla “liberazione” dell’Ucraina o sulla sua “denazificazione” – oppure veniva considerata una misura assolutamente necessaria, persino imposta dalle circostanze: l’Ucraina, sempre secondo la propaganda, non era vista come un attore autonomo ma come uno strumento nelle mani di “forze ostili alla Russia”. L’efficacia di entrambe queste giustificazioni, radicate nella propaganda, si è in qualche misura affievolita nel 2025: nella popolazione russa si è diffusa la percezione che la guerra – che non può essere chiamata tale nemmeno ora – sia diventata “scomoda” e che stia durando “troppo a lungo”. Ma questo, si badi bene, non implica automaticamente un dubbio sulla legittimità dell’aggressione né sui suoi obiettivi originari. La maggioranza dei russi non sostiene in nessun caso la restituzione dei territori ucraini attualmente occupati dalla Russia. E stando ai dati dei sondaggi condotti in tutto il paese, alla fine del quarto anno di guerra circa un russo su tre appoggia la scelta di un amico o di un parente stretto di firmare un contratto con il ministero della Difesa e partire per il fronte. Le reazioni negative degli altri paesi nei confronti di queste “operazioni militari” vengono spiegate dalla grande maggioranza degli intervistati con una “ostilità generalizzata verso la Russia” e con il “dominio degli Stati Uniti” sulla scena mondiale. Quasi la totalità degli intervistati (oltre il 90 per cento) è convinta che la Russia attuale abbia molti nemici – e, guardando ai sondaggi degli ultimi tre decenni in cui questa domanda è stata posta ricorrentemente, il valore attuale è il più alto dal 1994. Anche il sentimento di “orgoglio per la Russia” continua a crescere in modo costante, in particolare tra i giovani, che ritengono di dover essere “fieri” della determinazione con cui la Russia si difende dai suoi innumerevoli nemici, sempre secondo la narrazione imposta dalla propaganda. Solo circa il 10 per cento degli intervistati ritiene che la Russia e la sua dirigenza abbiano fatto qualcosa di riprovevole attaccando l’Ucraina, o è disposto ad ammettere che si è trattato di un’aggressione militare unprovoked, cioè senza che gli ucraini avessero fatto nulla. Come può un paese essere “stanco della guerra” quando non ammette nemmeno di condurne una contro uno stato vicino, né di esserne responsabile? Quando lo sgomento per la violenza bellica viene soffocato dall’orgoglio per la propria patria? Tanto più che questa situazione ha un carattere radicato e si ripete da decenni. Nell’ambito di una serie di progetti di ricerca, studio da anni quali interpretazioni storiche i giovani russi danno del passato sovietico del loro paese. Mi interessa in particolare il legame tra la conoscenza – o addirittura l’approfondimento – di esperienze di violenza vissute nella propria famiglia o nel proprio quartiere da un lato, e gli atteggiamenti verso la violenza dall’altro. Indago sul significato dell’empatia verso le vittime di violenza e sul coinvolgimento emotivo suscitato dalla conoscenza delle esperienze altrui. A tal fine ho letto, tra l’altro, numerosi temi scolastici prodotti nell’ambito di concorsi di storia organizzati dall’organizzazione non governativa Memorial – ormai messa al bando in Russia – tra il 1999 e il 2001. I destini delle persone a cui gli studenti dedicavano i loro elaborati erano stati segnati dai grandi eventi politici del Novecento: la rivoluzione bolscevica dell’ottobre del 1917 e le sue conseguenze (tra cui la guerra civile e il terrore dei primi anni post rivoluzionari), la collettivizzazione forzata dell’agricoltura, le deportazioni e gli esilii di vari gruppi sociali ed etnici, il terrore di stato sotto Stalin (anni Trenta e Quaranta), l’occupazione tedesca di parti dell’Unione Sovietica e l’assedio di Leningrado durante la Seconda guerra mondiale, la ricostruzione del paese dopo il 1945 e, non da ultimo, la fame e la miseria degli anni che precedettero, accompagnarono e seguirono il conflitto. Negli elaborati degli studenti il terrore staliniano compare come un “colpo del destino” o una “prova della sorte”. La guerra è definita “dolore”, le repressioni politiche “difficoltà”. I responsabili non ci sono mai Nei temi degli studenti si percepisce un forte orgoglio per le vittime di quella violenza, ammirate perché non si sono lasciate spezzare interiormente. Guardando al passato, i ragazzi esprimevano ammirazione per la “grandezza umana” di quelle persone, che anche nelle situazioni più pericolose e nelle condizioni più disperate avevano cercato di preservare la propria dignità. Al tempo stesso, tuttavia, la maggior parte delle esperienze di violenza storica viene descritta dagli studenti come qualcosa di totalmente incomprensibile, privo di senso, una specie di “tragedia esistenziale”. E proprio perché si trattava di tragedie, nei loro testi gli studenti evitavano quasi sistematicamente di chiedersi di chi i loro familiari fossero effettivamente vittima: quali attori avessero causato quei destini così duri, e quali decisioni politiche avessero prodotto le sofferenze delle generazioni precedenti. Negli elaborati degli studenti il terrore di stato staliniano compare come un “colpo del destino” o una “prova della sorte”. La guerra è definita “dolore”, le repressioni politiche “difficoltà”, le esperienze nei lager e nelle prigioni “pagine tragiche della storia”. Le persone, le autorità, le istituzioni politiche e i governanti che arrestavano, interrogavano, fucilavano, espropriavano, perseguitavano o commettevano altre ingiustizie compaiono raramente – e quando lo fanno, sempre in forma eufemistica. Anche quando i giovani provano compassione per le vittime della violenza e ne sono emotivamente colpiti, non si concedono di attribuire la responsabilità di quella violenza allo stato, al sistema politico o a specifiche decisioni e figure politiche. Non stupisce dunque che la maggior parte dei pochi studi sociologici sulla gioventù nella Russia odierna indichi questa fascia generazionale come quella più ampiamente passiva e fedele al regime di Putin. I sondaggi mostrano anzi che è proprio tra i giovani che si registrano la maggiore indifferenza e la maggiore tolleranza nei confronti dell’attuale guerra contro l’Ucraina. L’eroismo di cui andare fieri e le tragedie personali che suscitano pietà ma non producono conseguenze politiche: questi sono i due schemi interpretativi dominanti che plasmano il pensiero storico non solo dei giovani, ma dell’opinione pubblica russa nel suo complesso, e che risultano evidentemente i principali responsabili della legittimazione della guerra contro l’Ucraina. La storia politica del proprio paese – e con essa l’insegnamento della storia in tutte le istituzioni scolastiche – è precipitata sotto Vladimir Putin in un miscuglio di miti che alimentano questo modo di pensare con notevole coerenza. Solo seguendo questa logica è possibile spiegare, per esempio, che secondo i risultati di un sondaggio nazionale del 2017, quasi la metà degli intervistati condannasse le purghe staliniane, mentre il 43 per cento le ritenesse (per ragioni varie) “giustificate”. E persino tra i discendenti di coloro che all’epoca erano stati incarcerati o uccisi, il 33 per cento dichiarava che le purghe erano state una “misura necessaria” per “garantire l’ordine nel paese”. Così, un intervistato su tre riteneva politicamente giustificato – anzi necessario – ciò che aveva colpito le vittime nella propria famiglia. L’idea che vi sia qualcosa di fondamentalmente sbagliato nella struttura dello stato e nei rapporti di potere da esso generati non viene ammessa – e non perché a tale pensiero possano seguire sanzioni e repressioni. Quando la forza dello stato e la sua capacità di resistere alle forze nemiche vengono glorificate, la violenza non può o non deve essere bersaglio di critiche, poiché queste potrebbero indebolire lo stato stesso. Si tratta, insomma, di uno strano timore: quello di perdere lo “stato forte” di Putin, che protegge e di cui ci si può sentire orgogliosi. Ed è questa paura a soffocare, in larga misura, quella per la violenza esercitata dallo stato stesso. Persino la compassione per le vittime non cambia nulla in questo modo di pensare politico. Anna Schor-Tschudnowskaja, sociologa e psicologa, fa ricerche nell’ambito della cultura politica, del cambiamento sociale e del pensiero sociale. Insegna presso la facoltà di Psicologia dell’Università Sigmund Freud a Vienna.
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