Il morale è importante, il morale è tutto, gli ucraini se lo coccolano uno con l’altro, riconoscendo lo sfinimento negli occhi, come in uno specchio, senza mentirsi, senza infiocchettare una quotidianità fatta di continue privazioni – siamo stanchi?, certo che siamo stanchi, siamo esausti, che domanda è?, sono millequattrocentosessantadue giorni che subiamo bombe, attacchi, buio, freddo, promesse non mantenute, deportazioni, torture, pressioni, menzogne, siamo spossati, altroché, ma non abbiamo alternative, questa è una guerra esistenziale, e piuttosto che soccombere ai russi, combatteremo fino all’ultimo ucraino. Il morale è tutto, il capitano Mykola Serga – che partecipa alle Cultural Forces, il progetto fatto di arte e libri che l’esercito ucraino ha creato nel 2023 perché i soldati hanno bisogno di armi, di formazione, di tecnologia ma anche di respirare la vita e la bellezza – ha citato in un’intervista Viktor Frankl e il suo L’uomo alla ricerca di senso: “I primi a spezzarsi sono quelli che credono che tutto finirà presto, e poi tocca a quelli che credono che questo non finirà mai. Chi resiste sono quelli che si concentrano sul lavoro che hanno da fare, ogni giorno”, ha detto, citandolo. L’uomo alla ricerca di senso, che racconta i tre anni che Frankl passò nei lager nazisti e che cerca di trovare i motori della sopravvivenza degli esseri umani, è diventato uno dei libri più letti in Ucraina, le Cultural Forces lo spediscono nelle zone al fronte, i soldati lo leggono alla luce fioca, cercando senso, e trovandolo. “E’ un paese segnato dalla tragedia – dice al Foglio Anne Applebaum, una delle voci più limpide ed esperte sulla guerra, sull’Europa, sulla Russia, sull’America, sui regimi e sulle democrazie – Tutti gli ucraini hanno perso qualcuno o conoscono qualcuno che è morto: figli, mariti, cugini, amici. E non credo che nessun ucraino di questa generazione dimenticherà mai: il loro attaccamento alla sovranità ucraina e la loro determinazione a mantenerla sono più forti che mai, e temo che la loro rabbia verso la Russia non svanirà velocemente”. Gli ucraini hanno cambiato il loro paese e il mondo: ingegno, talento, capacità di adattamento, solidarietà, ironia. Questo miscuglio straordinario di forza dà un senso, è il senso – e no, non c’è posto per la rassegnazione. “Non so se gli europei lo capiscano davvero – dice Applebaum – ma gli ucraini hanno reinventato la guerra moderna usando non solo i droni, ma l’intelligenza artificiale, i robot, la guerra elettronica, e un modo completamente diverso di monitorare e presidiare la linea del fronte. E ci sono riusciti partendo da zero. Quando ero andata in Ucraina nell’aprile del 2022, avevo visitato dei laboratori di droni, ma allora era come se la gente costruisse cose con la colla e il cartone. E ora, l’ultima volta che sono stata in Ucraina, ho visitato una fabbrica incredibilmente sofisticata, dove tutti i componenti sono prodotti in Ucraina. Ricordo che mi hanno fatto visitare la fabbrica e continuavano a dire: ‘Qui non c’è niente di cinese e niente di americano’. E’ una trasformazione tecnologica che noi, il resto del mondo, stiamo ancora cercando di inseguire. Di recente ci sono state alcune esercitazioni che coinvolgevano gli ucraini, una specie di simulazione di combattimento con le truppe della Nato: gli ucraini vincono sempre”. “L’ultima volta in Ucraina, ho visitato una fabbrica militare sofisticata, con tutti i componenti prodotti in Ucraina. Continuavano a dire: ‘Qui non c’è niente di cinese e niente di americano’” Gli ucraini trasformano, innovano, spostano sempre più in là, sempre più in alto, la soglia della loro sopravvivenza, ma non mentono a loro stessi, non s’illudono. Applebaum parla di “cinismo” quando descrive il disappunto ucraino nei confronti dei loro alleati – noi europei, gli americani – e dei loro continui tentennamenti e ritardi; Nataliya Gumenyuk, una giornalista ucraina che ha pubblicato un articolo bellissimo sul New York Times da cui viene anche la citazione del capitano Serga, scrive: “Più è diventato chiaro agli ucraini che possono contare solo su loro stessi, meno ansioso è diventato l’umore nazionale”. La gratitudine resta forte, in particolare per gli europei che nell’ultimo anno hanno del tutto compensato il crudele disimpegno americano, ma gli ucraini hanno anche capito che non potevano tormentarsi nell’attesa di un aiuto in diminuzione – mentre i trumpiani definivano le loro richieste di sopravvivenza “elemosina” – e così la frustrazione si è fatta motore, si è fatta trasformazione, si è fatta nuovi droni, nuovi missili, nuove strategie. E una nuova consapevolezza, che qui da noi tarda ad arrivare: non importa più nemmeno quando la guerra finirà, ma come. Di nuovo: è straordinario e straziante insieme che siano gli ucraini, che in questa guerra ci muoiono ogni giorno, a non ossessionarsi sul quando finirà – come facciamo noi, che la guerra la vediamo in tv, e neanche più tanto, per via della nostra imperdonabile stanchezza – ma sul come. “Il piano di Kyiv prevede che ora gli ucraini uccidano 30 mila russi ogni mese – dice Applebaum – Un numero straordinario, pensate cosa significherebbe se accadesse in Italia. Gli ucraini stanno cercando di portare questo numero a 50 mila ogni mese, e credono già di uccidere più russi di quanti ne possano essere reclutati”. Vladimir Putin manda migliaia di soldati al macello, li recluta forzosamente, li accalappia anche all’estero, soprattutto in Africa, offrendo lavori falsi e stipendi gonfiati, mentre gli ucraini, che hanno a cuore ogni centimetro del loro paese e ogni ucraino che ci abita, s’ingegnano per salvarne il più possibile. E in questa salvezza, che ci piaccia o no, ci siamo anche noi. “Anche l’Europa è cambiata moltissimo – dice Applebaum – sia a causa dell’Ucraina, sia, credo, per via della minacciata invasione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti. Sono un po’ condizionata perché ho appena passato una settimana in Danimarca, dopo essere stata alla Conferenza sulla sicurezza a Monaco: i danesi, gli scandinavi e in un certo senso anche i tedeschi e i britannici hanno a un certo punto pensato di dover combattere contro gli Stati Uniti. E questo ha davvero cambiato il loro modo di vedere il mondo. Con l’Ucraina il nemico è la Russia, e la Russia è un avversario storico, è una dittatura, è una cultura notoriamente brutale: c’è consenso sul fatto che la Russia sia un aggressore odioso. Ma immaginare di dover combattere contro gli Stati Uniti è una cosa che nessuno si sarebbe mai aspettato, e in un certo senso è più scioccante. Ma ho sentito a Monaco, a Copenaghen e in molti altri posti in Europa – continua Applebaum – una vera determinazione: l’Europa deve essere autosufficiente nella difesa, deve avere le proprie aziende tecnologiche, ha bisogno di un settore industriale più forte e di mercati finanziari integrati. L’Europa deve essere in grado di raccogliere il tipo di capitali che possano competere con gli Stati Uniti e con la Cina. Ho sentito ripetere più e più volte in Germania: ‘Adesso abbiamo capito, abbiamo bisogno di qualcosa di molto più grande di ciò che abbiamo’”. L’Europa a 27 non funziona più, in queste ore Ungheria e Slovacchia stanno mettendo a repentaglio il (laborioso) impegno finanziario dell’Unione europea nei confronti di Kyiv perché non vogliono rinunciare al petrolio russo, ma stanno nascendo nuove forme di collaborazione per non restare impantanati. “Credo che l’Europa continuerà a muoversi, o almeno lo spero – dice Applebaum – Alcuni dicono che forse non saranno tutti e 27 i paesi a muoversi insieme. Si è già delineato un gruppo chiaramente settentrionale: Scandinavia, Paesi baltici, Polonia, Germania, Regno Unito, forse uno o due altri, tutti con una visione molto simile sulla Russia, tutti che si preparano a pensare alla guerra in modi analoghi. Si stanno già muovendo in una direzione un po’ diversa. E penso che sia normale, non lo trovo affatto negativo: possono succedere molte cose dal punto di vista politico. Non sappiamo come andranno le elezioni in Francia l’anno prossimo, non sappiamo cosa accadrà in altri paesi, quindi è molto importante che i paesi pronti a costruire le proprie istituzioni e capacità difensive possano farlo autonomamente”. “La guerra non finisce finché i russi non accettano di smettere di combattere, e non lo hanno ancora fatto, né hanno mai detto di volerlo fare. Ma non stanno vincendo, anzi”. Gli ucraini hanno patito la deformazione americana più di tutti, perché noi misuriamo il divorzio transatlantico in soldi e loro in sacchi neri: da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, i morti civili ucraini sono aumentati del 31 per cento rispetto al 2024, del 70 rispetto al 2023. Ma lo sconvolgimento è comune: “Trump vuole allinearsi con la Russia, ammira Putin, i suoi inviati negoziano nuovi affari con Mosca – dice Applebaum – Steve Witkoff e Jared Kushner operano su due binari: ufficialmente negoziano sull’Ucraina, ma intanto trattano su petrolio, gas e non so cos’altro, forse i minerali, con la Russia. Questa trasformazione nella politica estera americana ha incoraggiato Putin. E uno dei motivi per cui la guerra continua è che gli americani hanno convinto Putin che può ancora vincere”. Ma non lo sta facendo, non sta vincendo, questo bisogna usarlo forte, dice Applebaum, scriverlo, ripeterlo, farci i cartelloni. “I russi non stanno avanzando sulla linea del fronte, anzi, in alcune zone sono arretrati. Gli ucraini hanno recuperato moltissimo territorio nelle ultime due settimane. E’ un errore convincersi che i russi stiano vincendo, ma molti credono al negoziato, pure se Putin non ha mai detto, mai, di voler mettere fine alla guerra. Gli ucraini sì, Putin no. Ma ricordiamoci che nella storia molte guerre sono state vinte dai paesi più piccoli: il Vietnam, la guerra sovietica in Afghanistan, la guerra sovietica contro il Giappone. Spesso accade che i paesi più grandi vengano sconfitti da quelli più piccoli”. Applebaum teme che quest’anno la guerra continuerà, “non finisce finché i russi non accettano di smettere di combattere, e non lo hanno ancora fatto, né hanno mai detto di volerlo fare. Quindi la guerra non può finire: gli ucraini difendono la propria terra e non possono fermarsi, anche se lo volessero”. E così gli ucraini non pensano più al quando ma al come, non si illudono, non si rassegnano, coccolano il morale dei soldati e dei civili, si trasformano: il senso di tutto è il futuro, è esistere, e non è negoziabile. Come accade da quattro, dodici anni, trovando il senso mentre si difendono e si ingegnano, con quel talento inarrivabile alla resistenza, gli ucraini ci salvano tutti, e a differenza nostra, non ci chiedono nemmeno di dire grazie.
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